
Ormai ho talmente tanti dischi in casa che spesso mi dimentico di infilare nello stereo non solo degli autentici capolavori, ma anche degli album che hanno segnato determinati momenti della mia vita.
Tra questi c’è senz’altro “The Eraser”, il primo disco solista di Thom Yorke uscito quasi vent’anni fa (il solo pensiero mi fa traballare, eppure devo prendere atto di ciò).
Un lavoro pazzesco, costituito da nove meravigliosi brani in bilico tra rock ed elettronica. Un mix folgorante di raffinatezza e sperimentazione, di ricerca e di voglia di andare al sodo, puntando a confezionare canzoni godibili, dotate anche di una certa melodia.
Nel suo apparire vagamente malinconico, “The Eraser” conserva una leggerezza fenomenale. Oltre a questo, ho sempre percepito nelle canzoni che lo costituiscono una fluidità magica, dovuta soprattutto alla volontà di mantenere in parte il marchio di fabbrica dei Radiohead aggiungendo però dell’altro.
Il sound accattivante di certe basi viene spesso addolcito da morbidi arpeggi di pianoforte, e le chitarre elettriche non appaiono invadenti poiché concepite come un qualcosa di delicato, necessario per accentuare determinate atmosfere.
Poi, ovviamente, ci sono una scrittura impeccabile e una voce piena di sfumature, quel dono che il grande Thom Yorke ha sempre cercato di sfruttare al meglio.
The Eraser, Analyse, Black Swan e Harrowdown Hill sono forse i brani del disco che più mi emozionano, ma anche gli altri cinque pezzi non sono da meno. Ancora oggi ritengo che la forza di “The Eraser” sia il suo equilibrio perfetto, la sua capacità di non denotare cali ma di stupire e impressionare continuamente, dall’inizio alla fine.
Un’opera letteralmente magistrale, che ogni tanto vale la pena rimettere su per fare il pieno di poesia.
Alessandro
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